Come Scegliere il Tasso di un Mutuo

Come Scegliere il Tasso di un Mutuo

7 apr, 2018
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Il dilemma della scelta del tasso d’interesse per il proprio mutuo è e sarà
sempre il primo dubbio da sciogliere. Dunque, tasso fisso o variabile?

Tasso fisso o variabile
In base all’esperienza, si sa che quando il tasso d’interesse non si allontana molto dal 5%, è il caso di scegliere il tasso fisso. Invece, se il tasso supera la soglia del 5 %, è preferibile passare al tasso variabile. Questa indicazione generale ovviamente non è l’unica da prendere in considerazione nella valutazione del tasso d’interesse da utilizzare.
Intanto, bisogna tener presente che il tasso d’interesse variabile ha la sua maggior importanza nei primi anni di un mutuo, ovvero quando il debito è maggiore.
Ancora, si può notare come il debito residuo diminuisca più velocemente con tassi più bassi.
Un’altra osservazione riguarda l’andamento del debito residuo a tassi diversi. Va infatti segnalato che con tassi più bassi il capitale si riduce più in fretta.

Assicurazione con il Tasso CAP
Per proteggersi dal tasso variabile, una soluzione può essere il cosiddetto Tasso CAP (“Capped Rate”).
In pratica, si tratta di un’assicurazione che copre le rate relative ad un aumento del tasso oltre un certo limite. Ovviamente, il costo assicurativo genera un tasso maggiore, in genere dello 0,50-0,70%. Con tale assicurazione, il richiedente conosce a priori il tasso massimo a cui potrebbe andare incontro.

Ammortamento a durata variabile
Tasso variabile con rata fissa? Basta scegliere l’ammortamento a durata variabile. In questo caso ciò che cambia è la durata e il numero delle rate.
Dunque, non si tratta di un vero e proprio risparmio, ma piuttosto di un metodo comodo. Infatti, avere una rata costante, indipendente dalla variazione del tasso d’interesse, è più semplice. Ma l’oscillazione del tasso comunque viene recuperata sulla durata, dilatandola o restringendola a seconda dei casi.

Come Scegliere un Consulente Finanziario

28 mar, 2018
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Scegliere un consulente in campo finanziario è un po’ come scegliere un medico: occorre, infatti, che vi sia la massima fiducia perché si decida di affidare i propri risparmi ad un’altra persona, seguendone i consigli di investimento per trarne profitto.

E la fiducia, per essere riconfermata nel lungo termine, necessita ovviamente, di continue dimostrazioni di bravura e competenza, attraverso concreti riscontri di guadagno.

Riconoscere un buon consulente non è poi così complesso. Ecco alcune “analisi” preliminari necessarie:

– controllare sempre che il consulente abbia una solida e sufficiente esperienza (pluriennale), rivolgendogli domande che testino sia la sua disponibilità a rispondere sia la sua padronanza della materia

– diffidare da chi promette vantaggi immediati senza prospettive a lungo termine, vantando solo grandi successi passati

– non prestare troppo ascolto a chi parla usando solo termini tecnici o poco chiari, senza preoccuparsi che l’interlocutore lo comprenda e ne segua il ragionamento

– apprezzare l’apertura al confronto e la trasparenza, diffidando da chi, invece, tende ad imporre il proprio parere senza ritenere necessario dimostrare la ragionevolezza delle proprie proposte

Come in tutte le cose, poi, un pizzico di buon senso e di attenzione non guastano, perché chi trova un (bravo) consulente trova un tesoro.

Tipologie Obbligazioni – Cosa Bisogna Sapere

20 mar, 2018
admin
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Prima di addentrarci nell’affascinante e complesso terreno delle obbligazioni, occorre parlare delrischio e della propensione al rischio: non sempre una obbligazione è meno rischiosa di un’azione, e chi compra certe obbligazioni rischia di più… l’importante è saperlo…
Riteniamo infatti che la quotidianità spericolata vada sempre ridotta al minimo, e avremo presto occasione di parlarne a proposito del money management.

L’immaginario collettivo ritiene comunque che il settore delle obbligazioni sia a basso rischio e le azioni a rischio maggiore.
E’ per lo più vero, ma solo in parte. Lo sanno bene i sottoscrittori di bond argentini o Cirio bond, impelagati in problematiche di recupero e ristrutturazione del credito, che hanno certo sofferto di più dei cassettisti Eni o Mediobanca…

Angelo Drusiani, nell’aureo libretto “Bot e Bond” (ed. Il Sole – 24 Ore), ci aiuta a tracciare una mappa ideale di quella che abbiamo chiamato la sub-galassia dell’investitore.

I Bot, com’è noto, sono il rifugio preferito dagli italiani, vengono periodicamente costruiti e riproposti in base all’andamento dei tassi, non esaltano troppo l’investitore, ma non deludono mai: il miglior parcheggio. Sullo scenario dei fondi, corrispondono, a seconda della durata (dai 6 ai 12 mesi), ai monetari o di liquidità e, parzialmente, ai breve termine, variamente denominati dalle società emittenti.

I Ctz, assai simili nella struttura (cedola zero e rimborso di capitale più interessi a scadenza), protraggono la durata a 18 e 24 mesi. Ma attenti: più la durata si prolunga, più il rischio di perdere, o l’opportunità di guadagnare, aumentano. Per cambiare le carte in tavola, è infatti sufficiente un improvviso aumento o un calo dei tassi, come un’impennata o un crollo delle borse. Tuttavia, va detto, l’orizzonte temporale di 24 mesi, in genere, non crea grossi problemi…

I Cct durano parecchi anni, ma ogni tre mesi modificano il rendimento sulla base dell’andamento dei Bot. Offrono la cedola, equivalgono a questi ultimi ed evitano la noia e il costo dei rinnovi obbligatori ogni 3, 6 o 12 mesi.

I Btp, infine, possono arrivare fino a 30 anni di vita e incorporano notevoli rischi, come altrettanto notevoli possibilità di guadagno. Drusiani ci segnala infatti che il Btp 1.11.2023 è passato da un minimo di 69 a un massimo di 140. Questo è un range degno delle azioni più volatili. Tracciamo una mappa del rischio dei prodotti obbligazionari governativi italiani, partendo dal prodotto più tranquillo a quello più agitato:
Bot da 3 mesi a un anno, Cct, Ctz e Btp, dal più breve al più longevo.

Sul versante dei fondi: monetari o di liquidità, breve termine, medio termine, lungo termine.

Accettato che anche le obbligazioni governative a lungo termine siano talora rischiose quanto i titoli o i fondi azionari – perché i tassi, o qualche altro sentiment, possono mutare negli anni – eccoci alla prima regola prudenziale: oltre una certa durata dei bond, non si può stare del tutto tranquilli, a meno che non se ne faccia un accorto trading. E questo è un altro discorso, molto complesso, che comunque tratteremo.

Al di là dei bond governativi e dei fondi che su di essi poggiano, passiamo rapidamente alle obbligazioni bancarie, emesse appunto dai principali istituti di credito, spesso suddivise in due o più classi.

È qui già il caso di parlare di rating, di liquidità e di quotazione.

Se acquistiamo un titolo con un buon rating, ossia con il massimo voto di affidabilità (“è un debitore di cui ci si può fidare…”), come “AAA” e “Aaa” emessi dalle principali agenzie (S&P, Moody,s, ma anche Fitch e altri operatori indipendenti), siamo tranquilli. Se il voto è più basso, in genere le obbligazioni rendono di più, ma con qualche tremore supplementare sulla solvibilità dell’emittente.
Consideriamo che lo Stato italiano non si aggiudica il massimo voto delle prime due agenzie, ciò soprattutto per l’elevato debito pubblico.

Un bel po’ al di sotto, fanno capolino i junk bond, o “titoli spazzatura”, che offrono molto, ma con i quali si rischia altrettanto. In linea di principio, sono da evitare con cura, ricordando però che recentemente Warren Buffet ha affermato di esserne un discreto acquirente. Precisando anche che effettivamente è orientato ad acquistare persino titoli di aziende che abbiano richiesto il “chapter 11” (protezione dai creditori, prevista dalla normativa Usa), ma solo dopo settimane-mesi di analisi approfondite.

Viene poi la liquidità: anni fa, un operatore finanziario aveva precisato che un’obbligazione è liquida (ossia comprabile/vendibile velocemente a prezzi stabili) se viene scambiata ogni giorno per almeno 500 milioni di vecchie lire.

Infine, la quotazione: un buon requisito per le obbligazioni è che ogni giorno sia possibile verificarne il valore sui siti o sui quotidiani finanziari.

Ma, attenzione: un titolo quotato può esser non-liquido, e viceversa. Chi non vuole rischiare ricerchi contemporaneamente un buon rating, la quotazione e la liquidità.

Differenza tra Deficit e Debito

14 mar, 2018
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Sono due parole il cui significato viene spesso confuso, anche da alcuni rappresentati delle istituzioni che, sebbene, dovrebbero padroneggiare bene la materia, le usano in molti casi con valore equivalente: si tratta di ‘deficit’ e ‘debito’, termini purtroppo protagonisti, insieme a ‘spread’, del vocabolario mediatico e politico degli ultimi tempi.

Ma cosa significa di preciso ‘deficit di bilancio’? E in cosa differisce dal cosiddetto ‘debito pubblico’?

Il decifit di bilancio pubblico, altrimenti detto anche ‘disavanzo pubblico’ è l’ammontare della spesa dello Stato non equilibrata dalle entrate: in altre parole, il deficit rappresenta la differenza tra le entrate e le uscite di una nazione, quando le prime sono maggiori delle seconde e lo Stato spende più di quanto non incassi.

La copertura del deficit pubblico viene di solito effettuata attraverso l’emissione di titoli di Stato, acquistabili dagli investitori finanziari (connazionali o stranieri).

Con la dicitura ‘debito pubblico’, invece, si intende il debito accumulato da uno Stato nei confronti di altri soggetti con cui intrattiene rapporti di natura finanziaria: investitori in titoli, banche, Stati esteri.

Gli Stati che raggiungono un notevole livello di indebitamento sono a rischio default (fallimento), non potendo coprire gli obblighi finanziari contratti. A determinare tale rischio è anche il PIL degli Stati: se il prodotto interno lordo è positivo, infatti, ci sono maggiori possibilità di provvedere alla copertura economica del debito; in caso contrario, il Paese corre il consistente pericolo di non poter far fronte ai pagamenti.

Quando il rapporto tra debito pubblico e PIL è costante, si ha una situazione di ‘pareggio di bilancio’: il BEP (Break Even Point), o punto di pareggio, è quindi il momento in cui a bilancio le spese e i ricavi si compensano, senza generare utili e perdite.

Cartolarizzazione – Significato e Definizione

7 mar, 2018
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Lo strumento finanziario della cartolarizzazione è stato ideato negli anni settanta negli Stati Uniti, nell’ambito della strategia di sostegno alla casa. Negli ultimi anni il ricorso a tecniche di cartolarizzazione si è diffuso a livello globale e ha riguardato sempre più attività e settori diversi da quello immobiliare. Il sistema delle cartolarizzazioni è il risultato più evidente di quel processo di finanziarizzazione all’origine della crisi economica e finanziaria attuale.

La cartolarizzazione è una tecnica finanziaria che prevede la possibilità di cedere i propri crediti monetari, presenti e futuri, ad una società appositamente costituita, che si occuperà della loro trasformazione in titoli negoziabili sul mercato finanziario.

In pratica raggruppa portafogli di crediti normalmente non scambiabili individualmente sul mercato e li struttura in vari tipi di obbligazioni che possono essere quindi vendute ad investitori mobiliari, come fossero azioni od obbligazioni.

I titoli cartolarizzati hanno, come le obbligazioni normali, una scadenza e un tasso di interesse, e il servizio del debito è legato ai rimborsi e ai pagamenti di interessi da parte degli originali mutuatari. La banca, oltre al vantaggio di mobilizzare quelle attività poco liquide, si scrolla di dosso anche il rischio legato a quei mutui: il rischio è passato agli investitori.