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Come Scegliere un Investimento

14 apr, 2018
admin
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uando si tratta di gestire il proprio denaro, si sa, la prudenza non è mai troppa.

L’ansia eccessiva, però, può essere controproducente, se fa lasciare intentate strade che potrebbero invece rivelarsi vantaggiose dal punto di vista finanziario, come quella di non far fruttare in alcun modo il denaro a disposizione.

Per non trovarsi completamente disorientati nel grande mare di possibilità di investimento che sono disponibili, quindi, è bene fare alcune valutazioni preliminari per ottenere i migliori risultati sperati.

Ecco alcuni fattori da tenere sempre in considerazione:

– La sicurezza dell’investimento, ossia la capacità dello stesso di garantire il mantenimento del capitale: questa sicurezza dipende, evidentemente, dalla solidità di chi lo emette e dai rischi cui la valuta in cui è espresso è sottoposta

– La liquidabilità del capitale investito, ossia la velocità con cui lo stesso può essere disinvestito: se occorre molto tempo prima che questo possa verificarsi e si possa quindi ridisporre del proprio denaro, eventualmente per reinvestirlo, non si è di fronte ad una buona occasione di investimento

– L’orizzonte temporale dei rendimenti: può essere a breve o a lungo termine (come quello dei fondi azionari, i cui rendimenti migliori si assestano dopo 7-10 anni), ma generalmente è bene diffidare dagli eccessi sia in un senso sia nell’altro

– La redditività dell’investimento, ossia quanto frutta in termini di interessi prodotti dal titolo, di dividendi prodotti dalle azioni, di guadagno di capitale (la differenza tra quanto si è speso per acquistare un titolo e quanto si è ricavato nel rivenderlo)

– La tutela dall’inflazione, per non erodere il capitale e perdere potere d’acquisto

– La diversificazione degli investimenti, per non rischiare di compromettere l’intero capitale investendo in un unico titolo, quando questo non ha un andamento favorevole

– Il rischio dell’investimento, determinato dalla variabilità del prezzo dell’attività finanziaria

Presi i dovuti accorgimenti, sarà più semplice investire con tranquillità i propri risparmi e trarne vantaggi economici.

Tipologie Obbligazioni – Cosa Bisogna Sapere

20 mar, 2018
admin
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Prima di addentrarci nell’affascinante e complesso terreno delle obbligazioni, occorre parlare delrischio e della propensione al rischio: non sempre una obbligazione è meno rischiosa di un’azione, e chi compra certe obbligazioni rischia di più… l’importante è saperlo…
Riteniamo infatti che la quotidianità spericolata vada sempre ridotta al minimo, e avremo presto occasione di parlarne a proposito del money management.

L’immaginario collettivo ritiene comunque che il settore delle obbligazioni sia a basso rischio e le azioni a rischio maggiore.
E’ per lo più vero, ma solo in parte. Lo sanno bene i sottoscrittori di bond argentini o Cirio bond, impelagati in problematiche di recupero e ristrutturazione del credito, che hanno certo sofferto di più dei cassettisti Eni o Mediobanca…

Angelo Drusiani, nell’aureo libretto “Bot e Bond” (ed. Il Sole – 24 Ore), ci aiuta a tracciare una mappa ideale di quella che abbiamo chiamato la sub-galassia dell’investitore.

I Bot, com’è noto, sono il rifugio preferito dagli italiani, vengono periodicamente costruiti e riproposti in base all’andamento dei tassi, non esaltano troppo l’investitore, ma non deludono mai: il miglior parcheggio. Sullo scenario dei fondi, corrispondono, a seconda della durata (dai 6 ai 12 mesi), ai monetari o di liquidità e, parzialmente, ai breve termine, variamente denominati dalle società emittenti.

I Ctz, assai simili nella struttura (cedola zero e rimborso di capitale più interessi a scadenza), protraggono la durata a 18 e 24 mesi. Ma attenti: più la durata si prolunga, più il rischio di perdere, o l’opportunità di guadagnare, aumentano. Per cambiare le carte in tavola, è infatti sufficiente un improvviso aumento o un calo dei tassi, come un’impennata o un crollo delle borse. Tuttavia, va detto, l’orizzonte temporale di 24 mesi, in genere, non crea grossi problemi…

I Cct durano parecchi anni, ma ogni tre mesi modificano il rendimento sulla base dell’andamento dei Bot. Offrono la cedola, equivalgono a questi ultimi ed evitano la noia e il costo dei rinnovi obbligatori ogni 3, 6 o 12 mesi.

I Btp, infine, possono arrivare fino a 30 anni di vita e incorporano notevoli rischi, come altrettanto notevoli possibilità di guadagno. Drusiani ci segnala infatti che il Btp 1.11.2023 è passato da un minimo di 69 a un massimo di 140. Questo è un range degno delle azioni più volatili. Tracciamo una mappa del rischio dei prodotti obbligazionari governativi italiani, partendo dal prodotto più tranquillo a quello più agitato:
Bot da 3 mesi a un anno, Cct, Ctz e Btp, dal più breve al più longevo.

Sul versante dei fondi: monetari o di liquidità, breve termine, medio termine, lungo termine.

Accettato che anche le obbligazioni governative a lungo termine siano talora rischiose quanto i titoli o i fondi azionari – perché i tassi, o qualche altro sentiment, possono mutare negli anni – eccoci alla prima regola prudenziale: oltre una certa durata dei bond, non si può stare del tutto tranquilli, a meno che non se ne faccia un accorto trading. E questo è un altro discorso, molto complesso, che comunque tratteremo.

Al di là dei bond governativi e dei fondi che su di essi poggiano, passiamo rapidamente alle obbligazioni bancarie, emesse appunto dai principali istituti di credito, spesso suddivise in due o più classi.

È qui già il caso di parlare di rating, di liquidità e di quotazione.

Se acquistiamo un titolo con un buon rating, ossia con il massimo voto di affidabilità (“è un debitore di cui ci si può fidare…”), come “AAA” e “Aaa” emessi dalle principali agenzie (S&P, Moody,s, ma anche Fitch e altri operatori indipendenti), siamo tranquilli. Se il voto è più basso, in genere le obbligazioni rendono di più, ma con qualche tremore supplementare sulla solvibilità dell’emittente.
Consideriamo che lo Stato italiano non si aggiudica il massimo voto delle prime due agenzie, ciò soprattutto per l’elevato debito pubblico.

Un bel po’ al di sotto, fanno capolino i junk bond, o “titoli spazzatura”, che offrono molto, ma con i quali si rischia altrettanto. In linea di principio, sono da evitare con cura, ricordando però che recentemente Warren Buffet ha affermato di esserne un discreto acquirente. Precisando anche che effettivamente è orientato ad acquistare persino titoli di aziende che abbiano richiesto il “chapter 11” (protezione dai creditori, prevista dalla normativa Usa), ma solo dopo settimane-mesi di analisi approfondite.

Viene poi la liquidità: anni fa, un operatore finanziario aveva precisato che un’obbligazione è liquida (ossia comprabile/vendibile velocemente a prezzi stabili) se viene scambiata ogni giorno per almeno 500 milioni di vecchie lire.

Infine, la quotazione: un buon requisito per le obbligazioni è che ogni giorno sia possibile verificarne il valore sui siti o sui quotidiani finanziari.

Ma, attenzione: un titolo quotato può esser non-liquido, e viceversa. Chi non vuole rischiare ricerchi contemporaneamente un buon rating, la quotazione e la liquidità.

Ter – Total Expense Ratio

28 feb, 2018
admin
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Nella guida sui costi nei fondi comuni di investimento è stato delineato un quadro generale in riferimento agli oneri dei fondi comuni. In questa sede concentreremo la nostra attenzione sul concetto di TER (Total Expense Ratio)
Il TER è un concetto fondamentale nell’analisi dei costi di un fondo comune d’investimento, tant’è vero che la recente normativa ne prevede l’indicazione obbligatoria nel prospetto informativo. Ovviamente, dato che, come abbiamo visto, il TER è un numero non determinabile a priori, l’obbligo prevede l’indicazione del TER degli anni passati, che può comunque essere preso come indicatore del livello medio dei costi che la societa di gestione caricherà sul patrimonio dei fondi anche in futuro.

Una componente importante nelle determinazione del TER, dopo la commissione di gestione che ne rappresenta in media l’80%, è la commissione di performance. Risulta essere chiaro che questa viene addebitata soltanto nei casi in cui il gestore realizza performance superiore al benchmark di riferimento e quindi può essere valorizzata soltanto a posteriori. Un’altra voce compresa nel TER sono i costi della banca depositaria, ossia la cifra annualmente riconosciuta alla banca, sui cui conti correnti e dossier titoli sono depositate le attività che costituiscono il patrimonio del fondo e che per legge ha pure alcuni compiti di vigilanza. In media questi costi rappresentano solo il 5% del TER fatta eccezione per i fondi monetari dove arrivano al 10%.

Ci sono poi i costi di intermediazione, che arrivano fino al 13% del TER nei fondi azionari (dove sia la frequenza sia il costo delle negoziazioni è più elevata) mentre sono praticamente nulli per i fondi obbligazionari e monetari (dove spesso i gestori si limitano a sottoscrivere obbligazioni all’emissione e poi attendere la scadenza). Ci sono, infine, altre componenti estremamente marginali ed occasionali, come i costi di certificazione dei rendiconti e le spese legali; di solito queste voci rappresentano meno dell’1% del TER.

Detto questo, si rende necessario analizzare come varia il TER in relazione alle diverse tipologie di fondi comuni. Ovviamente, essendo la commissione di gestione la componente più importante del TER, le categorie di fondi con TER più alto saranno anche quelle che hanno le commissioni di gestione più elevate, come gli azionari e i flessibili.

Visto che alcune componenti del TER sono costi fissi e non percentuali del patrimonio in gestione, talvolta può capitare che fondi di piccole dimensioni abbiano dei TER un po’ più alti della media. Ciò rappresenta sicuramente un limite, che è in parte controbilanciato dalla maggiore flessibilità che può avere un gestore di patrimoni più contenuti e che può quindi realizzare performance più brillanti.

In conclusione una raccomandazione nel tener d’occhio il TER dei propri fondi comuni d’investimento: troppo spesso capita che, dietro ad una commissione di gestione contenuta, si nasconda una commissione di performance decisamente facile da ottenere o troppo elevata, oppure che i portafogli vengano eccessivamente movimentati solo per generare costi di intermediazione, o infine che il gestore pretenda commissioni da gestione attiva quando poi di fatto si limita a replicare i benchmark di riferimento.

Net Volume Cumulative Index

14 feb, 2018
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L’analisi tecnica ha prodotto negli anni centinaia di indicatori, oscillatori e le medie mobili più svariate. Tutti questi strumenti di analisi si basano al 99% sull’analisi del prezzo che si è formato su un dato strumento: azione, indici o future
Il Net Volume Cumulative Index è un indicatore che invece analizza cosa muove il prezzo cioè i flussi netti, cioè la differenza tra volumi in acquisto (Up Volume) e volumi in vendita (Down Volume).

Per volumi in acquisto si intende la quantità di titoli che sono stati scambiati in un dato giorno e la cui azione ha chiuso in positivo, viceversa per volumi in vendita si intende la quantità di titoli che sono stati scambiati e la cui azione ha registrato un perdita.

Per fare un esempio molto semplice, si pensi ad un’automobile (il mercato) che ha bisogno per muoversi del carburante (volume netto) senza nuovo carburante l’automobile si ferma. Senza volume netto in acquisto il mercato si ferma o poi tende a correggere per effetto dei primi stop-loss.

L’analisi comparata di un indice di borsa ed il suo Net Volume Cumulative Index permette di capire con un discreto anticipo (dando modo di impostare le proprie strategie) quando “il carburante sta per finire” (divergenze negative) oppure quando il flusso in vendita si sta esaurendo creando delle divergenze positive.

La ricerca delle divergenze su questo indicatore come su tutti i Cumulative Index è fondamentale in un’ottica di medio-lungo termine. Spesso sia sui massimi sia sui minimi importanti si registrano delle divergenze, cioè il movimento dell’indice di borsa non viene confermato dal Net Volume Cumulative Index.

Come su un qualsiasi indice di borsa sul Net Volume Cumulative Index è possibile inoltre calcolare i vari indicatori dell’analisi tecnica come l’RSI o il Price Oscillatore (in questo caso non si usa il prezzo ma l’ultimo valore del Net Vol Cum). Questo indicatore inoltre si presta anche ad un’analisi tramite gli strumenti classici dell’analisi tecnica: supporti, resistenze e trendline.

Analisi Marginale dei Titoli di Stato

14 gen, 2018
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Proponiamo un esempio numerico di asta marginale avente a oggetto Buoni poliennali del Tesoro, per chiarire alcuni meccanismi che a prima vista potrebbero risultare poco comprensibili
Iniziamo premettendo che le fasi di svolgimento dell’asta marginale che illustreremo di seguito, pur essendo contestualizzate nell’ambito di un’ipotetica emissione di BTP, sono le stesse che caratterizzano il collocamento di tutti i titoli di Stato collocati con questa tipologia di asta (quindi anche per CCT, CTZ e BTP€i).

Ricordiamo che in base al meccanismo dell’asta marginale i richiedenti aggiudicatari pagano tutti lo stesso prezzo, detto prezzo marginale, e che ogni operatore può presentare al massimo 3 richieste differenziate nel prezzo di almeno un centesimo di punto, tranne per i BTP a 30 anni per i quali è di 5 centesimi. Inoltre, la richiesta minima è di 500.000 euro, mentre l’importo massimo richiedibile è pari al quantitativo offerto dal Tesoro in asta.

Si ipotizzi che il Tesoro decida di emettere 3 miliardi di euro di BTP a 30 anni con cedola pari al 6,00% e che all’asta partecipino 3 operatori, che presentano le seguenti domande, espresse in milioni di euro, ordinate per prezzo in maniera decrescente.

titoli

Procediamo quindi con il calcolo del prezzo massimo accoglibile per poi calcolare il prezzo di esclusione.

Poiché la quantità domandata (4.600 milioni di euro) è superiore alla quantità offerta, si considerano le richieste che, in ordine decrescente di prezzo, coprono la seconda metà dell’importo offerto (1.500 milioni di euro). Nel caso inverso, di domanda totale inferiore all’offerta, la seconda metà da prendere in considerazione sarebbe quella dell’importo domandato.

Si considerano quindi la I e la II richiesta dell’operatore C e la II richiesta dell’operatore B e si calcola il corrispondente prezzo medio ponderato (PMP).

PMP = [(90 · 400) + (89,50 · 500) + (88,50 · 600)]/1500 = 89,23

Al prezzo medio ponderato si aggiungono 200 punti base per ottenere il prezzo massimo accoglibile (PMA):

PMA = 89,23 + 2,00 = 91,23

Determinato il PMA è possibile calcolare il prezzo di esclusione tenendo presente che la I richiesta dell’operatore A e la I richiesta dell’operatore B, essendo superiori al prezzo massimo accoglibile, non possono essere considerate.

Fatte queste operazioni, si considerano le richieste che, in ordine decrescente di prezzo, coprono la prima metà dell’importo offerto, ossia la II richiesta dell’operatore A, la I e la II richiesta dell’operatore C e parte della II richiesta dell’operatore B (100 milioni di euro per raggiungere la quota di 1.500 milioni).

Di queste si calcola il corrispondente prezzo medio ponderato (PMP):

PMP = [(90,30 · 500) + (90 · 400) + (89,50 · 500) + (88,50 · 100)]/1500 = 89,83

Al prezzo medio ponderato, così calcolato, si sottraggono 200 punti base per ottenere il prezzo di esclusione (PE):

PE = 89,83 – 2,00 = 87,83

In tal modo, anche nell’assegnazione dei titoli a medio lungo termine, vengono eliminate le eventuali domande speculative. Con questo procedimento, nell’esempio sopra riportato, rimarrebbero escluse le ultime richieste di tutti e tre gli operatori.

Infine, occorre determinare il prezzo marginale, ovvero l’ultimo prezzo accoglibile, al quale verrà aggiudicato l’intero importo offerto. Nell’esempio, tale prezzo è pari a 88,50. Infatti, sommando le domande presentate a un prezzo uguale o superiore, l’importo assegnato è di 3 miliardi di euro.

In particolare all’operatore A saranno asseganti titoli per 900 milioni di euro, all’operatore B per 1200 milioni di euro e all’operatore C per 900 milioni di euro.